COME SCRIVERE

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COME SCRIVERE una tesi di storia

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Questo prontuario mira a facilitare, esclusivamente in ordine all’aspetto pratico-formale, la stesura di una tesi o di una relazione. In realtà non esistono norme condivise da tutti, né forse si potrebbe giungere ad una uniformazione completa dei criteri, dal momento che alcune scelte tra varie opzioni sono - soprattutto, se non esclusivamente - di carattere estetico. Non ci illudiamo, d’altra parte, di qui aver affrontato tutti casi, ma solo quelli che più spesso impacciano lo studente con dubbi e perplessità; per tutti gli altri, rimane ovviamente utile il ricorso al Docente di riferimento. Va poi detto che ci troviamo in una fase di passaggio: dall’era della macchina da scrivere - alcuni di noi hanno avuto, per anni, il piacere di ‘scarrellarsi’ a mano relazioni e tesi su una vecchia Olivetti - ci stiamo addentrando in quella degli elaboratori sempre più potenti e veloci, che mettono a disposizione, fra le pareti domestiche funzioni, set di caratteri e segni (ora anche immagini) sempre più ricche, quali neanche le tipografie più attrezzate potevano sognarsi pochi anni orsono.

Probabilmente, utilizzare un computer dell’ultima generazione solo per videoscrittura equivale a tenere impegnato un brillante ingegnere aeronautico nella costruzione di aquiloni; ma è certo la preparazione di testi che spinge a muovere i primi passi verso il mondo dell’informatica, e può rimanere l’unico impiego a cui chiamiamo il ‘nostro’ elaboratore. In ogni modo, quello che state leggendo è scritto con il computer, giace nella memoria di quello (suscettibile in ogni momento di cambiamenti e aggiunte), può essere stampato (con caratteri, corpi e formati di volta in volta diversi) o inviato per posta elettronica e messo a disposizione di chicchessia con Internet. Sarà particolarmente utile, inevitabilmente, a coloro che hanno una minima dimestichezza con il computer.


I. Allineamento, interlinea, corpi e caratteri.

Ogni programma di scrittura vi presenta quattro opzioni per organizzare la disposizione del vostro testo:

allineamento a sinistra,

a destra

centrato

giustificato giustificato giustificato giustificato giificato gi giustificato g iustificato giustificato giustificato giustificatogigiustificato giustificato giustificato giustificato giificato gi giustificato giusti ficato giustificato giustificato giustificato gigiustificato giustificato giustificato giustificato giificato gi giustificato gius tificato giustificato giustificato giustificatogi

È consigliabile mantenere il solo allineamento a sinistra (che anche le vecchie macchine da scrivere ovviamente consentivano) fino a che non si sia terminata la fase di aggiunte e di modifiche. Avrete così un testo meno ‘elegante’, ma tale da mostrarvi a colpo d’occhio gli spazi effettivi tra parola e parola - or ora ne abbiamo inseriti deliberatamente alcuni di troppo - permettendovi quindi di cogliere anche per questo aspetto gli eventuali errori. Tutto questo testo, come vedete, è ancora con allineamento a sinistra. Inoltre, più sono raffinate le funzioni che chiedete al vostro programma (es.: vari corpi e caratteri, molte note, giustificazione, tabelle ecc.) più è la memoria RAM che impegnate, quando vi lavorate sopra (1). Potreste avere delle brutte sorprese - computer che ‘si pianta’ - soprattutto con le vecchie generazioni di elaboratori (286, 386 ma anche 486) se apportare continue modifiche ad un testo complesso per il quale prevedete già molti attributi particolari. Dunque, ‘giustificate’ il testo, dandogli un aspetto indubbiamente migliore, solo quando avete finito di lavorarci e di apportarci modifiche; subito prima della stampa definitiva, insomma.

È prudente suddividere il testo stesso in vari file (in genere, un file corrisponde ad un capitolo) e mantenere l’allineamento a sinistra fino a quando non siamo sicuri di aver concluso le modifiche sostanziali (spostamenti di testo, aggiunta o soppressione di note, inserimento di tabelle ecc.). Dunque lo ‘giustificherete’, dandogli un aspetto indubbiamente migliore, subito prima della stampa definitiva.

Tenete comunque presente che se inviate il vostro testo su dischetto ad una tipografia per la stampa, NON DEVE essere giustificato !

Per quanto riguarda l’interlinea, tenete presente che le pagine in cui il testo è troppo rarefatto danno la sgradevole sensazione che il candidato abbia voluto ‘gonfiare’ la tesi.

Scegliete dunque un interlinea medio, che eviti la dispersione dello scritto nella pagina bianca senza assalire il lettore con falangi compatte e impenetrabili di parole. Le note, comunque, dovranno avere un interlinea minore rispetto a quello del testo.

Da tenere presente che alcuni programmi avanzati consentono di ‘alzare’ a piacere eventuali apici o esponenti, tipo XVcim, MCCCLXo. In tal caso, se avete scelto un interlinea molto ridotto, il vostro programma può essere costretto ad aggiustare la distanza fra alcune righe, alterando l’uniformità d’insieme, o comunque il rapporto tra una riga e la successiva risulterà sgradevole, come nell’esempio or ora presentato. Dunque l’interlinea minimo consentito può essere preso in considerazione solo se vi è totale mancanza di tali particolarità.

Infine, la scelta dei corpi e dei caratteri dipende dal vostro gusto e dal set disponibile nella stampante. In genere, può andar bene un corpo 12 per il testo e il 10 per le note, con un sobrio carattere Times New Roman, in cui è stato stampato questo fascicoletto. Sono però consentite ‘sperimentazioni’ nei titoli dei paragrafi, nelle didascalie delle tabelle ecc.

I.1 Accenti.

Ricordarsi - senza offesa per nessuno - che nella nostra lingua gli accenti hanno ancora un significato, nonostante l’uso anarchico che ne viene fatto. Esiste l’accento grave:

è

cioè

caffè

ahimè

piè

molti nomi propri: Giuffrè, Noè, Giosuè,

ciò, diè, già, giù, più, può, ecc.

e l’accento acuto, che si usa soprattutto nei composti di -che e di tre:

perché

poiché

affinché

cosicché

benché ecc.

trentatré ecc.

ma anche nelle forme:

per sé, a sé

né....né

ché (congiunzione causale, per poiché)

e, infine, nella terza persona del passato remoto:

poté

dové

ricevé ecc., tranne diè.

Può essere utile ricordarsi che le vocali -a, -i, -o, -u vogliono SEMPRE l’accento grave: avremo dunque -à, -ì, -ù (es.: lì, là, avverbi; dì = giorno; sì, affermazione; tè = pianta, bevanda).

Si distingua dà (=terza persona del presente del verbo ‘dare’), da (= preposizione) e da’ (seconda persona dell’imperativo del verbo ‘dare’).

Le parole francesi che cominciano con é non vanno accentate, se maiuscole (dunque, avremo Ecole ed école); tuttavia, nel set di caratteri speciali di ogni programma di scrittura potrete trovare i comandi per ottenere É (alt+144, se siete in Ms-Dos).

È buona cosa distinguere con l’accento i diversi significati di una stessa parola: es.: subìto (participio passato di ‘subire’) da subito (avverbio), princìpi da principi ecc.

Se nella vostra tesi riportate brani in volgare, si danno due ipotesi:

a) Citate da una edizione, anche datata. In questo caso dovete riportare il brano esattamente come è stato edito, accenti, maiuscole, punteggiatura, divisioni delle parole omprese (anche se le scelte applicate a suo tempo dal curatore non vi sembrano aggiornate).

b) Si tratta di una fonte inedita. In questo caso dovrete essere voi ad applicare al brano citato gli interventi suindicati, secondo l’uso moderno. Per quanto riguarda gli accenti, è necessario applicarli, soprattutto nelle forme del verbo ‘avere’: Ò, ò, ònne, À, ànne ecc. Se le citazioni da una fonte inedita volgare sono parte ricorrente del vostro lavoro, può essere utile per il lettore trovare una paginetta, o una vostra nota, nella quale siano spiegati i criteri di trascrizione.

I.2 Cifre, numeri e date. Usare i numeri quando si indica una quantità precisa (es.: Questa Università ha 23.456 iscritti) e le lettere quando si esprime un dato approssimato (Questa Università ha circa ventitremila iscritti). Nei numeri, dividere con un punto i gruppi delle migliaia (Questo Stato ha 123.356.456 abitanti), meno che nelle date (Correva l’anno 1234).

I.3 Maiuscole e minuscole.

In linea generale, si cerchi di limitare la maiuscolomania, che oggi imperversa (i cartelli della toponomastica stradale danno, spesso, il cattivo esempio e ci propongono anche via De’Bardi o piazza Desiderio Da Settignano).

Iniziano con lettera maiuscola:

- i nomi di persona, i cognomi, i patronimici, i soprannomi

- il nome di Dio e delle divinità (Allah, Giove ecc.)

- i nomi dei partiti delle associazioni

- i nomi geografici (es.: la Nuova Guinea)

- i nomi storici (es.: il Rinascimento, la Controriforma ecc.)

- i nomi dei corpi celesti (la Terra, il Sole), delle

costellazioni e dei segni zodiacali

- i toponimi, i nomi delle vie (via Quattro Leoni) e dei

monumenti (il Battistero)

- i nomi dei punti cardinali, quando indicano una regione (Una

carestia colpì il Sud). Se indicano una direzione, vanno

invece minuscoli (Si diressero a ovest)

- i nomi comuni usati in senso assoluto o con significato

particolare (libera Chiesa in libero Stato, i conti del

Tesoro ecc.)

Capita spesso che i problemi maggiori si incontrino con gli aggettivi santo/santa e Santo/Santa: vanno usati maiuscoli solo quando fanno parte di un toponimo o indicano una festività:

via San Lorenzo

piazza Santa Felicita

la parrocchia di Santa Maria Soprarno

la festa di San Silvestro

Negli altri casi, si userà dunque il minuscolo (es.: Era un devoto di san Gennaro).

Ancora: vanno minuscole le qualifiche relative a cariche sociali, politiche e religiose (compreso presidente, re, papa); i nomi dei giorni (lunedì, mercoledì ecc.) e dei mesi (gennaio ecc.); i nomi delle suddivisioni amministrative intesi nel senso generico di territorio (L’inondazione colpì la provincia di Trento).

I.3 Punteggiatura e spazi tra le parole.

1) Ogni parola deve essere separata dalla successiva da un solo spazio. Usando la funzione Localizza Rimpiazza presente in ogni word processor, una delle ultime revisioni da fare consiste appunto nel cercare tutti i doppi spazi inseriti per errore, sostituendoli con lo spazio semplice (è sempre meglio tuttavia, come in molti altre situazioni in cui potrete usare questa comodissima funzione, confermare la sostituzione caso per caso, anziché affidarsi al Rimpiazza Tutto).

2) Nessuno spazio deve trovarsi:

a) Tra il segno di punteggiatura (,.;:?!) e la parola che lo precede.

b) Tra l’apertura di una parentesi e la parola che segue; tra la chiusura di una parentesi e la parola che precede (come dimostrato varie volte in questo stesso testo).

c) Tra l’apertura di virgolette e la parola che segue; tra la chiusura di virgolette e la parola che precede (es.: Secondo l’Autore, il personaggio principale - un tipico ‘ragazzotto’ di campagna - avrebbe a questo punto esclamato: " Non voglio andare in città !").

3) Un solo spazio deve essere inserito:

a) Dopo ogni segno di punteggiatura. Fanno eccezione la virgola dei decimali e il punto delle migliaia, nei numeri (es.: 123.456,678); le abbreviazioni del doppio nome (J.F. Kennedy, G.B. Bodoni).

b) Tra l’apertura di una parentesi e la parola precedente; tra la chiusura di una parentesi e la parola successiva.

c) Tra l’apertura di virgolette e la parola che precede, tranne il caso che preceda un apostrofo; tra la chiusura di virgolette e la parola che segue.

d) Fra il trattino che introduce un inciso - ne abbiamo usati molti - e il carattere precedente; fra il trattino che chiude un inciso e il carattere seguente.

Ricordare che dopo l’apostrofo non deve trovarsi spazio bianco. Diversamente, se usate una funzione di verifica automatica dell’ortografia, il Word processor vi segnalerà come sconosciute tutte queste forme.

Vi sono delle situazioni in cui il rapporto logico fra due parole consecutive, la prima delle quali spesso abbreviata, è tale da non consentire che siano separate dalla fine della riga. Un tempo ciò costituiva l’ABC di un tipografo; oggi, è possibile che vi sia una specifica funzione nel vostro programma di scrittura, ma insomma è bene che conosciate i casi specifici. Dunque devono essere mantenuti sulla stessa riga:

a) i titoli onorifici o accademici e il nome a cui si riferiscono (dott. Giuseppe Bianchini);

b) i nomi di battesimo abbreviati e i relativi cognomi (es.: G. Bianchini);

c) le cifre e i nomi che ad esse si riferiscono (es.: n. 24, 19 %, 20 gennaio 1345, 30 anni, 150.000 lire ecc.);

d) la lineetta che introduce un inciso ( - ) e la prima parola dell’inciso stesso.

I. 4 Virgolette. Si usano normalmente tre tipi di virgolette:

a) semplici alte ‘...’

b) doppie alte "... "

c) basse, dette anche ‘a sergente’"..." (ALT+174 e 175 dal tastierino numerico, in MS-Dos).

Le virgolette del tipo a) vengono utilizzate in genere per evidenziare, nel testo, singole parole; quelle di tipo b) come secondo ordine di virgolette, ad esempio all’interno di una citazione più ampia, introdotta da quelle ‘a sergente’; queste ultime infine si usano per citazioni lunghe al massimo un paio di righe (es.: ... lo storico Robert Davidsohn narra: "Quando il corteo con i condannati giunse in piazza Santa Croce, dalla folla gridarono "Vivano, vivano").

Con le virgolette "..." si contraddistinguono inoltre, nelle citazioni in nota e nella bibliografia finale, i titoli delle RIVISTE (es.: "Archivio Storico Italiano", "Ricerche Storiche" ecc.).

Lo studente che si accinge a scrivere la tesi ha in genere, all’inizio, una sorta di horror vacui, dove il vuoto è, appunto, la pagina bianca, dotata di grande potere ipnotico. Per non deconcentrarvi disperdendo l’attenzione anche sugli aspetti formali del testo, potete limitarvi ad applicare (con coerenza, però) nei vari casi la soluzione più semplice da tastiera, scegliendo simboli di facile digitazione. In sede di revisione e di uniformazione, col solito comando Localizza Rimpiazza usato con cautela, potrete sostituire alle soluzione grafiche più rozze quelle raffinate, da tipografia (2).

II. 1 Citazioni.

Arriviamo alla parte più delicata e complessa di questo Prontuario. Vi sono, come sapete bene, due tipi di citazioni: dalle fonti (edite, inedite) o dalla bibliografia, cioè dalla letteratura sull’argomento, che avete identificato e letto. Lasciamo stare (per ora) ulteriori, possibili suddivisioni delle fonti (consultate, effettivamente utilizzate ecc.) e della bibliografia (opere di carattere generale, opere specifiche, repertori ecc.).

Il senso delle vostro citare, da entrambe, sta nel porre il lettore - qualunque lettore, ovunque si trovi - in grado di seguire passo per passo il vostro procedere, di verificare le vostre asserzioni e le vostre interpretazioni. Insomma, egli deve poter verificare ogni millimetro del vostro itinerario di ricerca, sia sulle fonti sia attraverso la bibliografia che avete utilizzato.

Se ci concedete una drammatizzazione, vorremmo proporvi l’immagine dell’artificiere all’atto di disinnescare un ordigno sconosciuto. Egli lavora ovviamente da solo, ma attraverso la radio comunica con una postazione al sicuro, descrivendo esattamente ogni minimo gesto che compie, per motivi che potete intuire. Bene: chi scrive una tesi deve comportarsi con lo stesso scrupolo - anche se, fortunatamente, con rischi assai diversi, per lui e per chi lo legge - e il suo itinerario deve poter essere seguito con facilità (per archivi, biblioteche, libri, fonti) senza che egli possa o debba dare ulteriori delucidazioni o spiegazioni al lettore (3).

È dunque tassativo: le indicazioni che date ai vostri lettori dovranno quindi essere complete, precise, non equivoche, si tratti di un manoscritto (del quale specificherete archivio o biblioteca, fondo, pezzo, carta o pagina, data secondo l’uso moderno ecc.) o di un testo a stampa (ci direte di volta in volta autore o curatore, titolo, casa editrice, anno, luogo di edizione, volume, pagine ecc.).

Tuttavia, le vostre indicazioni devono essere anche razionali, nel senso di coniugare il massimo del dettaglio con il minimo spreco di tempo-fatica (per voi che le fate e per chi le legge) e di spazio (carta o memoria del computer).

II. 2 Lunghezza delle citazioni.

Non vi sono norme, ma convenienze. Se il testo che dovete citare supera le 4-5 righe, o se è tale da perdere significato estrapolandone dei brani, prendete in considerazione l’opportunità di allegarlo come Appendice.

Le tesi in materie medievistiche possono avere, e spesso hanno, Appendici di documenti inediti anche molto corpose. In taluni casi si rileva una tendenza eccessiva da parte dei candidati a delegare la parola alle Appendici, riducendo al minimo le citazioni nell’elaborato. Ciò costituisce un difetto da evitare; infatti, il lettore deve poter saggiare, pagina per pagina, la vostra capacità di cogliere e isolare i punti salienti del documento (una parola, una o più frasi), fermo restando che dalla lettura integrale delle Appendici verificherà su un campione più ampio la vostra capacità filologica e/o la congruità delle interpretazioni e delle vostre scelte, potendo riportando i brani citati al contesto.

Le citazioni, come abbiamo già detto, devono essere inserite fra "..." sia nei testo che nelle note, purché non superino le due righe di lunghezza. Diversamente, nel testo, non avranno le virgolette, ma si troveranno al centro della pagina, con rientri accentuati a DX e a SX, con interlinea minimo o comunque inferiore a quello del testo e con i dovuti rinvii alla fonte. Il senso di tale evidenziazione è ovvio: il lettore sappia subito che quella parte, di una certa lunghezza, non fa parte dell’elaborato originale dell’autore. Se devo, ad esempio, inserire nel mio testo una lunga citazione da una fonte (ma potrebbe trattarsi di un brano da un saggio), la citazione si presenterà dunque così:

A dì x di luglio 1427. Dinanzi da voi signori uficiali del Chatasto del popolo di Firenze. Io Domenicho di Girolamo lavorante ischarpette istò a pigione in una chasa d’Antonio di Bartolomeo feravechio in via de’Bucciai, popolo di Santo Ambruogio, quartiere Santa Croce in Firenze, chonfini: primo via, sechondo frati del Paradiso, terzo Maso di Domenicho choltelinaio, quarto Lucha di Mateo setaiolo, e pagone l’anno di pigione lire ventidue (4).

Eventuali tagli nelle citazioni, in qualsiasi punto, possono essere indicati con [...]

II. 3. Simboli di riferimento per le note.

Si usano i numeri progressivi - 1, 2, 3 ... - o le lettere dell’alfabeto - a, b, c ... - , queste ultime però solo per le annotazioni di carattere filologico nelle appendici documentarie, cioè per indicare correzioni, errori, integrazioni ecc. del manoscritto. Se usate appunto il primo dei due sistemi di riferimento, qualunque Word processor è in grado di rinumerare tutte le note ad ogni vostra modifica. Il simbolo di rinvio, in Posizione Superiore, va sempre dopo l’eventuale segno di interpunzione che segua la parola cui si riferisce (es.: ... disse il Duca,1... così si legge nella charta.2 ecc.)

Per comodità del lettore, è bene che le note siano tutte in calce alla pagina in cui si trovano i relativi rinvii, anche se l’ultima può terminare - mai cominciare - all’inizio della pagina successiva; avranno, come già detto, corpo minore (es.: se il testo è in corpo 12, le note siano in corpo 10) e interlinea minimo, comunque inferiore a quello del testo.

II. 4 Citazioni da libri o da opere a stampa.

Nella prima citazione di un libro o di un articolo, se ne daranno sempre tutti gli elementi, indipendentemente dal ripeterli con uguale dettaglio nella Bibliografia generale di riepilogo. Tali elementi sono:

a) Autore-autori. Si tratta di colui-coloro che, appunto, hanno prodotto un qualcosa che prima non c’era (libro, saggio, articolo).

b) Curatore-curatori. Una certa fonte può esistere da secoli; chiunque la pubblichi (o la ripubblichi) non la crea, e ne è dunque ‘curatore’. Così, è necessario che qualcuno ‘curi’l’edizione a stampa di saggi di altri studiosi (accade spesso che volumi formati da saggi di diversi studiosi vedano la luce grazie alla cura di uno solo fra coloro che pure vi abbiano contribuito), una traduzione ecc.

Il nome dell’autore va in maiuscoletto con iniziale maiuscola (piccolo maiuscolo).

Il nome del curatore va in pure in maiuscoletto con iniziale maiuscola (piccolo maiuscolo), se si tratta di edizione di una fonte. Rimane in ‘tondo’il nome di curi una ristampa o una stampa di scritti di altro studioso, il nome di autori di prefazioni, postfazioni, presentazioni, traduzioni, di miscellanee e di atti di Convegni.

Il nome proprio si abbrevia, il cognome va per esteso:

P. Galetti, Abitare nel Medioevo. Forme e vicende dell’insediamento rurale nell’Italia altomedievale, Firenze, Le Lettere, 1997

G. Bianchi-M. Rossi-A. Verdi, Racconti fantastici, Roma, Il Torchio, 1956

S. Pucci (a cura di), Una comunità della Valdelsa nel Medioevo: Poggibonsi e il suo statuto del 1332, Poggibonsi, Lalli, 1995

D. Guerri, Scritti danteschi e d’altra letteratura antica, a cura di A. Lanza, Presentazione di G. Pampaloni, Anzio, De Rubeis, 1990

A volte può essere utile, quando si citano edizioni di fonti, posporre il nome del curatore, in modo che sia evidenziata con la massima enfasi la tipologia della fonte utilizzata, e che trovi il suo giusto posto alfabetico nella Bibliografia generale. Infatti, posso anche scrivere:

E. faccioli (a cura di), Franco Sacchetti, Il Trecentonovelle, Torino, Einaudi, 1970

ma anche, e forse meglio

F. Sacchetti, Il Trecentonovelle, a cura di E. Faccioli, Torino, Einaudi, 1970

c) Titolo. Va in corsivo, come abbiamo mostrato, e deve essere completato dell’eventuale sottotitolo (cfr. il caso del volume di Paola Galetti). Se l’opera citata è una traduzione, se ne dovrebbe riportare fra parentesi:

1) il luogo dove fu stampata l’opera originale, nella forma in cui è scritto nella lingua originale (Paris, Berlin, London ecc.);

2) la data;

3) la casa editrice, sempre ovviamente nella lingua originale;

4) il titolo, nella lingua originale.

In realtà, questa auspicabile completezza è difficile, perché la specificazione di alcuni di questi dati è colpevolmente omessa nelle traduzioni stesse. È importante, comunque, evidenziare quanto di una traduzione si tratta, e specificare quanto meno l’anno di uscita dell’opera originale. Se infatti mi limito a scrivere:

M. Weber, Storia agraria romana, Milano, Il Saggiatore, 1967

tendo a sfumare elementi fondamentali, in ordine al fatto che l’autore era già morto a quella data (5) e che, soprattutto, si tratta di un’opera giovanile (risale infatti al 1891 !) scritta e sotto l’influenza diretta del Mommsen: cose che, almeno tendenzialmente, il lettore attento potrebbe recuperare da un citazione appena più completa:

M. Weber, Storia agraria romana, trad. it., Milano, Il Saggiatore, 19671 (ed. orig. col titolo Römische Agrargeschichte, Stuttgart, 1891)

Una citazione come questa rende conto degli oltre 70 anni trascorsi dalla sua uscita, dell’area linguistico-culturale in cui vide la luce e, infine, del fatto che fra le varie ristampe della traduzione, si cita dalla prima (nelle successive la numerazione delle pagine può, per un qualunque motivo, essere diversa). Ottimale, dunque, l’esempio di citazione che segue:

C. J. Wickham, La montagna e la città. L’Appennino toscano nell’alto medioevo, trad. it., Torino, Paravia, 1997 (ed. orig. col titolo The mountains and the city. The Tuscan Appennines in the Early Middle Ages, Oxford, Oxford University Press, 1988)

d) Luogo di edizione, casa editrice, anno. L’ordine di questi tre elementi indispensabili può variare, ma devono esserci tutti. Se non sono dichiarati, ricorrete alle forme [s. l.] = senza luogo di edizione, e [s. d.] = senza data di edizione. Ma si tratta di dichiarazioni di impotenza da ridurre al minimo. Se, pur non essendo dichiarati, li potete desumere, evidenziate l’integrazione con le solite parentesi: [s. d., ma 1880], o: [1880], o infine: [s. l. e s. d., ma Firenze, Albizziana, 1810].

e) Appartenenza a Collane, Serie ecc. Organizzate fin dall’inizio il database (6) per la vostra schedatura bibliografica in modo da poter recepire - meglio se in un apposito campo - questo elemento, che deve comunque figurare almeno nella prima citazione e nella Bibliografia generale. Es.:

U. Pasqui (a cura di), Documenti per la storia della città di Arezzo nel Medio Evo. Volume primo, Codice diplomatico (an. 650 ?-1180), Documenti di storia italiana pubblicati a cura della R. Deputazione Toscana sugli studi di Storia Patria, XI, Firenze, Vieusseux, 1899

G. Verdoni, Storia degli archivi ecclesiastici di Ravenna, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Saggi e Inventari, XLV, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, 1983

Infatti, può esservi utile ricostruire la logica di un progetto editoriale, identificare velocemente quanto di quello è stato realizzato e quando, oppure se e quando una determinata Collana ha pubblicata l’ultimo volume o si è chiusa (7). Se predisponete il vostro database bibliografico in modo da poterlo interrogare anche per questo tipo di quesiti, ne trarrete grandissima utilità.

f) Citazioni da Atti di Convegni o da Cataloghi di Mostre. Secondo la logica fin qui evidenziata, dovete essere molto dettagliati e precisi. Cercate di evitare la sigla AA.VV. (che sta evidentemente per Autori Vari) in quanto, nel mondo delle OPAC e dei cataloghi informatici con migliaia di autori, vi complicano e vi allungano le ricerche. Al limite, riportate almeno i primi due-tre nomi di autori o curatori, nascondendo gli eventuali altri sotto un et alii (peraltro assai poco gentile nei loro riguardi). In ogni caso, deve figurare la data e il luogo in cui si svolse la manifestazione (Convegno, Mostra ecc.) da cui la pubblicazione prese spunto:

G. Bianchi-A. Rossi-M. Gialli (a cura di), Con splendidi colori, Atti del Convegno internazionale di gemmologia (Milano, 3-4 ottobre 1975), voll. 3, Venezia, Il Torchio, 1975-78

[PS.: il volume in oggetto, evidentemente, è un parto della fantasia di che scrive questo prontuario a tarda ora nella notte]

L. Calzolai-G. Pansini et alii (a cura di), La Toscana dei Lorena nelle mappe dell’Archivio di Stato di Praga. Memorie ed immagini di un Granducato, Catalogo e mostra documentaria (Firenze, 31 maggio-31 luglio 1991), Archivio di Stato di Firenze-Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, XCI, Roma, 1991

g) Citazioni da riviste. Dovete indicare il nome della rivista tra "...", specificandone eventualmente la serie (s.), l’annata o il volume in cifra romana, l’anno solare della pubblicazione ella rivista in cifra arabica, eventualmente la dispensa e il fascicolo, sempre le pagine:

C. Guimbard, Appunti sulla legislazione suntuaria a Firenze dal 1281 al 1384, in "Archivio Storico Italiano", a. CL(1992), disp. I, pp. 57-82

M. Ronconi, Tipologie di utensili agricoli nelle fonti notarili genovesi del XIV e XV secolo, in "Atti e memorie della Deputazione Ligure di Storia Patria", a. IV(1943), fasc. IV, pp. 123-145; a. V(1944), fasc. I, pp. 1-49; fasc. II, pp. 198-234.

Le pagine che interessano, all’interno dell’articolo, possono essere indicate col segno interpuntivo di due punti (:)

C. Guimbard, Appunti sulla legislazione suntuaria a Firenze dal 1281 al 1384, in "Archivio Storico Italiano", a. CL(1992), disp. I, pp. 57-82: 64

o:

C. Guimbard, Appunti sulla legislazione suntuaria a Firenze dal 1281 al 1384, in "Archivio Storico Italiano", a. CL(1992), disp. I, pp. 57-82: 64-74

Si faccia ovviamente bene attenzione a distinguere tra le riviste vere e proprie (che vanno tra "..."), e le Collane o le pubblicazioni che prevedono di articolarsi in edizioni più o meno ricorrenti nel tempo. Gli Archivi di Stato, come si vede dalle citazioni poco sopra presentate, hanno una loro iniziativa editoriale che ha pubblicato e pubblicherà molti volumi all’anno: ma non è certo una rivista !

h) Successive citazioni di opera, fonte o articolo già citato per esteso e dettagliatamente. In questo caso si può e si deve (per il principio di razionale economia di spazio e di tempo, già accennato) procedere con forme abbreviate, purché non siano di difficile comprensione o creino ambiguità fra le opere di uno stesso autore. Dovendo ri-citare (l’ipotetico) articolo di (un peraltro inesistente) Ronconi, mi limiterò a scrivere:

M. Ronconi, Tipologie di utensili cit., a. V(1944), fasc. I, p. 35

o:

C. Guimbard, Appunti sulla legislazione suntuaria cit., pp. 64-67

Per inciso, segnaliamo che l’uso del primo nome abbreviato fa certo risparmiare spazio, ma oltre ad essere non delicatissimo verso l’autore (e a predisporre le condizioni per omonimie), vi mette nella imbarazzante condizione di non ricordarvi, a volte, quale genere usare: definirete C. Guimbard "...la studiosa" o "...lo studioso" ? È dunque consigliabile che, almeno a livello di Bibliografia generale, i primi nomi siano per esteso: in questo caso, Catherine Guimbard...

Il computer vi dà poi la possibilità di ridurre al minimo le digitazioni di titoli o di nomi ostici o difficili da scrivere. Fate la vostra Bibliografia generale con ogni cura e attenzione; predisponete già una forma abbreviata (con: ... cit.), subito dopo a quella completa; ricontrollate con la massima cura di aver scritto correttamente tutti i dati. A questo punto, attribuite ai titoli che vi creano problemi una sigla diversa e progressiva, composta da una lettera e da un numero attaccati (es.: a3, a4, a5 ecc.); vi troverete, poniamo, ad avere:

G3 C. Guimbard, Appunti sulla legislazione suntuaria a Firenze dal 1281 al 1384, in "Archivio Storico Italiano", a. CL(1992), disp. I, pp. 57-82

e:

G4 C. Guimbard, Appunti sulla legislazione suntuaria cit.,

Ovunque quell’opera debba essere citata per esteso, digitate semplicemente G3; dove vi serve la forma abbreviata, G4. Con la funzione Localizza Sostituisci potrete, infine ed una volta per tutte, sostituire le sigle con le citazioni corrette, alle quali dovrete solo aggiungere maiuscoletto, corsivo e quanto altro serva caso per caso (rinvio alle pagine ecc.)

i) Citazioni di opere, saggi, fonti citate nelle nota immediatamente precedente.
Si usa, per brevità:

Ibid. abbreviato da Ibidem, per indicare lo stesso luogo o pagina all’interno di un titolo citato. Si usa dunque solo se tutto corrisponde rispetto a ciò che avete citato nella nota precedente: opera, autore, titolo, edizione, pagina ecc. (Ibidem è un avverbio rafforzativo latino, che significa "proprio lì", "esattamente nello stesso posto")

Ivi per indicare lo stesso luogo con pagina diversa. Si usa quindi se, ad esempio autore, opera e edizione rimangono invariati, ma cambia la pagina (quindi sarà, in ipotesi: Ivi, p. 36)

Cfr. = confronta, precede una citazione bibliografica quando si rinvia genericamente al contenuto dell’opera e delle pagine specifiche che si indicano.

Vd., vd. = vedi, si usa per rinvii alle fonti delle citazioni o a testi nei quali l’argomento è specificamente trattato. Non si aprirà la citazione né con Cfr. né con Vedi né con altri simili espressioni, quando si riportano passi o frasi contenuti nell’opera a cui si rinvia.

l) Saggi ristampati. Dovete, con la maggiore precisione possibile, indicarne comunque la prima edizione:

M. Rossi, Guerre di primavera, già in "Società e storia", a. IX(1980), fasc. II, pp. 34-68; ora in Id., Scritti scelti, a cura di A. Ripellino, Milano, Tipografia Reali, 1997, pp. 3-70.

Come si vede dall’esempio ora presentato - Id. sta per Idem (=lo stesso autore; si userà Ead. =Eadem per una donna) - mentre il nome dell’autore va comunque in maiuscoletto con iniziale maiuscola, tale distinzione non viene applicata per colui che ha curato una ristampa o una stampa di scritti di altro autore (infatti, A. Ripellino è rimasto in ‘tondo’).

Abbreviazioni

Si raccomanda la parsimonia e di riassumerle tutte, sempre e comunque, in una Tavola esplicativa, soprattutto se introducete sigle o abbreviazioni per indicare archivi, fonti, Collane (8).

Quelle più usate, che non necessitano spiegazioni, sono:

a. = anno

A., AA. =autore, autori

a.C. = avanti Cristo

an. = anonimo

anast. = anastatico

app. = appendice

art., artt. = articolo, articoli

Cfr., cfr. = Confronta, confronta

cit., citt. = citato, citati

cm m km =centimetro, metro ecc. NON PUNTATI !

cod., codd. = codice, codici

col., coll. = colonna, colonne

d.C. = dopo Cristo

ecc. = eccetera

ed. = edizione

es. = esempio

f., ff. = foglio, fogli

fasc. = fascicolo

fig., figg. =figura, figure

loc. cit. = luogo citato

misc. = miscellanea

ms., mss. = manoscritto, manoscritti

n.n. = non numerato (di codice ecc.)

ns. = nuova serie

op. = opera

op. cit. = opera citata, quando sostituisce interamente il titolo

e le altre indicazioni; ma si può usare solo quando di

un autore si citi un’unica opera, e noi preferiamo in

generale Ibid.

p., pp. = pagina-pagine

passim = quando la citazione ricorre frequentemente nell’opera

citata

r = recto

s. = serie

s.a. = senza anno di stampa

s.d. = senza data

s.e. = senza indicazione editore

s.l. = senza luogo

s. ss., o: sg. sgg = seguente, seguenti

trad. = traduzione

v = verso (per la numerazione delle carte dei manoscritti)

Vd., vd. = Vedi, vedi, si usa per rinvii alle fonti delle

citazioni o a testi nei quali l’argomento è

specificamente trattato

vol., voll. = volume, volumi



.
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Note:

1) E' la memoria volatile, che il computer usa durante la sessione di lavoro. I dati in essa temporaneamente parcheggiati si perderebbero quando lo spegne e dovete quindi 'salvare' il testo sulla memoria stabile (hard-disk o dischetto). Più memoria RAM avete, meglio funzioneranno i vostri programmi e più sicuro sarà il vostro lavoro; oggi è facile avere 16 megabyte di RAM, che comunque rappresenta una base minima per far funzionare programmi complessi come Windows. Gli esperti di computer sorrideranno, ovviamente, leggendo queste miserie da principianti allo sbaraglio.

2) Chi scrive, ad esempio, ha inizialmente buttato giù la bozza di questo testo in MS-DOS su un vecchio 386 che aveva a disposizione, per poi trasferirla in Word per Windows su un Pentium del Dipartimento e stamparla alla laser. In Windows, certi comandi DOS (ad es. quelli per ottenere "..." = ALT+174 e 175 dal tastierino numerico) non vengono però recepiti, e si visualizza un messaggio di errore: " e " sono stati dunque espressi temporaneamente con altri simboli - £ e & - salvo poi rimpiazzarli con quelli giusti e definitivi in Windows, usando appunto le funzioni Trova e Rimpiazza.

3) L'immagine dell'artificiere ci deriva dai ricordi di un vecchio film di guerra, del quale non ricordiamo né il titolo né il regista. Questo, dunque, è il classico esempio di nota con citazione incompleta e inservibile per il lettore.

4) Archivio di Stato di Firenze - d'ora in poi ASF - Catasto del 1427, portate dei cittadini, 231, c. 27r.

5) Peraltro - centenario - solo da tre anni...

6) Diamo per scontato che ciascuno usi un database per la bibliografia: infatti i vantaggi sono tanti e tali da non lasciarci alternative. Piuttosto, si dovrà discutere nel Seminario laureandi su quale database usare, su come organizzarlo in campi, su come indicizzarlo e renderlo tale da potersi sommare a quello degli altri colleghi, in modo che la fatica del singolo possa non andare dispersa di volta in volta.

7) Potreste anche aver bisogno, in seguito e per altri lavori, di farvi un quadro riassuntivo, ad esempio, di quanti volumi dei Rerum Italicarum avete visto, quando e dove li avete consultati, con quale segnatura... se in quella Biblioteca ve li lasciano fotocopiare o no...etc etc

8) E' un gesto di cortesia per chi vi legge, anche se certo non rischierete fraintendimenti come quello che si verifica in un paese della Valdelsa (non lo specificheremo), dove la via S. Allende è 'sciolta' comunemente via Sant'Allende.

[fonte:http://www.storia.unifi.it/_pim/efsm/note-tesi.htm]