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COMESCRIVERE tema Astolfo sulla Luna Tema su l’episodio di Astolfo sulla Luna l’episodio di Astolfo sulla Luna (XXXIV, 70-78): dopo averlo attentamente analizzato e commentato (puoi anche consegnare una fotocopia del testo con opportune e significative annotazioni personali oltre a quelle presenti nel manuale), esprimi una tua riflessione critica sul tema dominante, indicando anche quale attualità possa esso rivestire nella nostra società attuale. Schema Del Tema: · Introduzione al passo di Astolfo Fonti Bibliografiche: 1. C. SALINARI E C. RICCI “Storia della letteratura italiana”
– Volume 2, Editori Laterza
si nota subito dai primi versi quale sia la complessità dello scrivere ariostesco. Nonostante tutto, per una buona comprensione, sono sufficienti un po’ di attenzione e una certa dimestichezza nell’analisi di brani letterari. Ma in questo caso ci si limiterà a sottolineare solo gli aspetti più particolari e fondamentali per intendere quelle che sono i tratti caratteristici dell’autore, l’Ariosto. “il viaggio di Astolfo si colloca entro la tradizione dei viaggi nell’aldilà o nell’oltremondo, tradizione che ha il suo momento più illustre nella Divina Commedia dantesca”(C. Segre) perciò non ci si deve sorprendere se la principale fonte di questo passo è proprio l’opera dantesca; infatti i riferimenti al viaggio dantesco sono numerosi anche dal punto di vista strutturale: basti pensare alla figura di San Giovanni che assolve lo stesso compito di guida di Virgilio ( si vedano le note nel testo 70,1; 70,4; 71,5; 6;7; 8; 73,1; 76,1; 4). Il riferimento è esplicito al verso primo della settantatreesima ottava :<< Non stette il duca a ricercar tutto..>>. Ma è evidente che “rispetto alle possibilità che un tale modello gli offriva, Ariosto punta a obbiettivi molto più limitati: nell’Inferno il fumo impedisce ad Astolfo di proseguire e questa prima parte del viaggio è subito interrotta; raggiunge di lì il cielo della Luna, ma a questo solo limita il suo viaggio; vi si reca, inoltre, per uno scopo dichiaratamente pratico, raggiunto il quale la sua missione è conclusa.” (C. Segre). Infatti l’opera dell’Ariosto si concentra sull’Orlando furioso (come appunto esplicita il titolo) e sarebbe stato, oltre che fuori luogo, oltremodo laborioso dilungarsi troppo sul viaggio di Astolfo, seguendo il complesso impianto dantesco. e’ quindi questo distaccamento dalla Divina Commedia che genera le innovazioni che rendono questo canto unico nel suo genere. Queste trasformazioni hanno inoltre uno scopo ironico e il procedimento grazie al quale Ariosto inserisce le “novità” può essere semplicemente un’accorta elaborazione di fonti classiche: ad esempio il parallelismo tra la Terra e la Luna è tratto da una testimonianza di Plinio, che vi attribuisce uguali dimensioni. Altre fonti classiche sono, per citarne alcune, Cicerone e Poliziano rispettivamente alla settantunesima e settantaduesima ottava. Infine, soprattutto nella descrizione dei paesaggi ultraterreni lunari, l’Ariosto si affida alle Intercoenales di Leon Battista Alberti, architetto umanista e trattatista del ‘400, e in special modo a quella dal titolo Somnium. Le numerose allusioni (a volte anche traduzioni letterali) al testo albertiano sono segnalate dalle note a fianco del testo. E’ comunque da osservare che il testo dell’Alberti era ambientato non sulla Luna ma nel mondo dei sogni: a questo punto si può dedurre l’intento dell’Ariosto nel descrivere un paesaggio, non solo mai visto realmente, ma riconducibile alla sfera dei sogni e quindi alla fantasia, che è anche uno dei temi principali i questo brano. analizzando e leggendo questo canto si giunge naturalmente ad affermare la specularità dei due mondi (la Terra e la Luna), volutamente accentuata dall’Ariosto (specialmente nella settantaduesima ottava attraverso l’iterazione dell’aggettivo altro) allo scopo di creare quell’ironia che lo distingue dagli altri autori. si deve però ricordare che questa atmosfera di magia si può considerare totalmente riuscita solo grazie alla caratterizzazione (già magica e fantasiosa di per sé) del personaggio. Astolfo è figlio del re d’Inghilterra e compie imprese eccezionali (come ad esempio la distruzione del palazzo di Atlante) grazie alle armi magiche di cui è fornito (una lancia, un corno e un libro incantati). “Personaggio spaccone e infido nei cicli precedenti ( si fa addirittura ladro da strada e viene condannato alla forca da re Carlo), nell’Orlando Furioso Astolfo è trasformato dunque in un meraviglioso strumento della Provvidenza per favorire la vittoria dei cristiani […] A nessuno meglio che a lui, esperto di cose soprannaturali e perfetta incarnazione del senso ariostesco del meraviglioso e dell’avventura, poteva essere affidata l’altissima impresa.” (C. Segre). Astolfo è infatti “l’incarnazione più completa della magia” (A. Fortichiari) ed è l’unico nel poema ariostesco ad essere libero dalle passioni e può quindi permettersi di volare spensierato in sella al suo ippogrifo, “incarnazione delle ali della fantasia. Né mai Astolfo si stupisce delle meraviglie che lo circondano e delle eccezionali imprese di cui si rende protagonista, quasi si divertisse fanciullescamente a seguire il proprio estro là dove tutto è e deve essere magicamente mirabile.” (A. Fortichiari). E questo atteggiamento “di ironico distacco”, appena descritto in modo così appropriato dal Fortichiari, sembra proprio lo stesso che caratterizza il rapporto fra l’Ariosto e la sua produzione: sembra quasi che il poeta voglia identificarsi con questo personaggio e ciò può anche essere suggerito dalla paronomasia tra Astolfo e Ariosto. Da ciò ne deriverebbe l’equivalenza tra la magia e l’ironia che divengono quindi i due diversi strumenti utilizzati dall’Ariosto per descrivere i paesaggi fantastici, i personaggi irreali, le situazioni irrealizzabili, “tutto quanto di illusorio e di immaginifico sia presente nella poesia dell’Orlando Furioso” (A. Fortichiari). l’ironia, quindi, diviene uno dei temi fondamentali non solo di questo passo (in cui, però, è soprattutto presente), ma dell’intero poema. Essa “resta significativa espressione della coscienza dell’autore, il quale mostra d’accettare serenamente la varietà composita e irrazionale dell’esistenza umana in cui i alternano sapienza e pazzia, dubbi, angosce e certezze.” (A. Fortichiari). Senza dubbio Astolfo racchiude in sé tutte queste caratteristiche ed è quindi un degno rappresentante del mondo magico, illusorio e ironico e dell’Ariosto stesso. L’ironia in questo passo si manifesta soprattutto nella descrizione del vallone in cui sono raccolte tutte le ampolle contenenti il senno perduto dagli uomini sulla Terra. E’ proprio in questo luogo che si può scoprire con triste meraviglia quanto sia volubile, illusoria e dissimulata tutta l’esistenza umana, “accorgersi di quanti, ritenuti savi, sono invece mentecatti.” (A. Fortichiari). Solo ora il poeta manifesta un’ironia autobiografica immaginando che sulla luna, in una di quelle ampolle, sia contenuto anche il proprio senno, assoggettato dall’amore per Alessandra Benucci; infatti egli stesso scrive: “chi salirà per me, madonna, in cielo L’ironia e l’effetto grottesco si fanno “pungenti” (Segre)
anche nella descrizione degli altri oggetti smarriti dagli uomini e
ora tutti raccolti sulla luna. Ha infatti notato ancora Segre come
Ariosto si sia servito in questo procedimento metaforico di parole
e locuzioni proprie della lingua quotidiana: “i regali interessati
sono ami, le poesie d’encomio cicale scoppiate, i favori dei principi
mantici, le servitù cortigiane boccie rotte. Risalta quindi la satira
nei confronti della vita cortigiana di cui il poeta stesso, suo malgrado,
aveva fatto parte. Infine “secondo una celebre formula di Hegel, l’ironia
ariostesca tenderebbe a <<dissolvere>> il mondo cavalleresco, svuotando il valore di tutta la tradizione medievale,
mostrando il suo carattere di finzione, riducendo i suoi modelli eroici
a pura invenzione narrativa. Ma in realtà questa ironia tende non tanto
a <<dissolvere>>, quanto a mostrare la legittimità e il valore di punti di vista tra loro opposti.
Così, rispetto a quella materia, l’Ariosto non assume atteggiamenti
di critica dissacrante: nel rifarsi a fonti da lui ben conosciute e
amate, egli infonde anzi nuova vitalità alle avventure cavalleresche,
nelle quali vede esemplificati comportamenti sociali. La sua ironia
non ha come obbiettivo il mondo cavalleresco, ma più in generale le
incoerenze dell’agire umano […]. Attraverso le vicende dei suoi eroi,
l’Ariosto ci svela l’ambivalenza dei modi di essere dell’uomo e lo
fa con gioioso distacco e insieme con affettuosa partecipazione.” (G.
Ferroni). L’Ariosto, quindi, attraverso la tecnica dell’ironia, abbassa
la dignità degli eroi medievali-cavallereschi e li rende più umani
(attribuendogli forti passioni, la capacità di errare, un caratteristiche
comuni), così che il suo poema diventa anche una rappresentazione della
società del suo tempo.
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